Il Rugginoso

“Il Rugginoso” è una fiaba tratta dalla raccolta dei Fratelli Grimm. Il titolo originale (“Der Eisenhans”) è traducibile come “Giovanni di Ferro”, titolo con cui la fiaba è maggiormente nota nei paesi anglosassoni (“Iron John”). Il poeta e scrittore americano Robert Bly ha profondamente analizzato i simboli di questa fiaba nel suo testo “Iron John: a book about men”, in cui propone, discute e auspica una maggiore integrazione dell’uomo selvatico all’interno della personalità maschile, in cui la fiaba agisce come “percorso iniziatico” e mappa psicologica della trasformazione.

C’era una volta un re, che aveva un gran bosco vicino al suo castello, e là vi aveva ogni sorta di selvaggina. Un giorno, mando un cacciatore ad uccidere un capriolo, ma il cacciatore non tornò.
– Gli sarà capitata una disgrazia! – disse il re; e il giorno dopo mandò altri due cacciatori a cercarlo, ma non tornarono neanche loro. Allora il terzo giorno radunò tutti i suoi cacciatori e disse:
– Girate per tutto il bosco, e non cessate, finché non li avrete trovati tutti e tre. – Ma anche di questi nessuno tornò a casa e non si vide più un cane della muta che li aveva accompagnati.
Da allora in poi nessuno volle più avventurarsi nel bosco, che era là, silenzioso e deserto; e solamente di tanto in tanto si vedeva un’aquila o uno sparviero sorvolarlo.

Durò così molti anni, sino a che finalmente si presentò al re un cacciatore forestiero, che cercava impiego, ed egli si offrì di andare in quel bosco pericoloso. Ma il re non voleva permetterglielo, e disse:
– Nel bosco ci sono gli spiriti, temo che ti succederà quel che è capitato agli altri e che tu non possa più uscirne. –
– Maestà, – rispose il cacciatore – voglio rischiare: non conosco la paura. –

E così il cacciatore andò nel bosco con il suo cane. Non passò molto tempo che il cane rintracciò una bestia selvatica e volle inseguirla: ma si era allontanato di pochi passi quando si trovò davanti a un profondo stagno, non poté proseguire, e un braccio nudo si sporse dall’acqua, lo afferrò e lo tirò giù.

A quella vista, il cacciatore tornò indietro e andò a prendere tre uomini, che dovettero portar dei secchi e vuotare lo stagno. E quando ne videro il fondo, ci trovarono un uomo selvatico, che aveva il corpo scuro come il ferro arrugginito, e i capelli gli pendevano sulla faccia e gli arrivavano alle ginocchia. Lo legarono con delle corde e lo condussero nel castello.

L’uomo selvatico destò gran meraviglia, ma il re lo fece mettere in una gabbia di ferro nel cortile, e proibì che ne aprissero la porta, pena la vita; e la regina dovette prendere in consegna la chiave. Da allora in poi, ognuno poté tornare nel bosco senza pericolo.

Il re aveva un figlio di otto anni, che una volta giocava nel cortile; e, mentre giocava, la palla d’oro gli cadde nella gabbia. Il fanciullo vi corse e disse:
– Dammi la mia palla! –
– No se non mi apri la porta! – rispose l’uomo.
– No, – disse il fanciullo, – questo non lo faccio, il re l’ha proibito. – E così dicendo corse via.

Il giorno dopo tornò e voleva la sua palla; l’uomo selvatico disse:
– Aprimi la porta! –
Ma il fanciullo rifiutò di nuovo.

Il terzo giorno il re era andato a caccia; il fanciullo tornò un’altra volta e disse:
– Anche se volessi, non posso aprire la porta, non ho la chiave. –
Allora l’uomo selvatico rispose:
– È sotto il guanciale di tua madre, puoi andarla a prendere. –

Il fanciullo, che voleva riaver la sua palla, lasciò da parte tutti gli scrupoli e andò a prender la chiave. La porta si aprì con fatica e il fanciullo si pizzicò il dito. Quando fu aperta, l’uomo selvatico uscì, gli diede la palla d’oro e se ne andò in fretta. Ma il fanciullo si spaventò e gridò piangendo:
– Ah, uomo selvatico, non andar via o me le busco! –
L’uomo selvatico tornò indietro, lo sollevò, se lo mise sulla spalla e andò nel bosco a grandi passi.

Quando il re tornò a casa, vide la gabbia vuota e domandò alla regina cosa fosse successo. La regina non ne sapeva nulla, cercò la chiave, ma era scomparsa. Chiamò il fanciullo, ma nessuno rispose. Il re mandò a cercarlo nei campi, ma non lo trovarono. Allora poté facilmente indovinare quel ch’era accaduto, e tutta la corte fu immersa in gran lutto.

Quando l’uomo selvatico giunse nella buia foresta, mise a terra il fanciullo e gli disse:
– I tuoi genitori non li vedrai più, ma ti terrò con me, perché mi hai liberato e mi fai compassione. Se farai tutto quel che ti dico, te la passerai bene; oro e tesori ne ho in abbondanza, e più di ogni altro al mondo. –
Gli fece un giaciglio di muschio, dove il fanciullo si addormentò; e il mattino dopo lo condusse alla sorgente e disse:
– Vedi, la fonte d’oro è limpida e chiara come cristallo: tu devi star qui seduto e badare che non ci caschi dentro niente, altrimenti è profanata. Io verrò ogni sera e vedrò se mi hai obbedito. –

Il fanciullo si mise a sedere sull’orlo della sorgente, dove a volte appariva un pesce d’oro, a volte una biscia d’oro; e badava che non ci cascasse dentro nulla. Mentre se ne stava là seduto, il dito si mise a fargli tanto male, che l’immerse involontariamente nell’acqua. Lo tirò fuori in fretta, ma vide che era tutto dorato, e per quanto si sforzasse di levar via l’oro, non ci riuscì. La sera tornò il rugginoso, guardò il fanciullo e disse:
– Che è successo alla sorgente? –
– Nulla, nulla! – rispose il bimbo, e teneva il dito dietro alla schiena, perché l’altro non lo vedesse. Ma l’uomo disse:
– Tu hai tuffato il dito nell’acqua: stavolta passi, ma bada di non lasciarci più andar dentro niente. –

All’alba il fanciullo era già seduto accanto alla sorgente e la custodiva. Il dito prese a dolergli di nuovo, ed egli se lo passò fra i capelli, ma per disgrazia un capello cadde nella sorgente. Lo tirò fuori in fretta, ma era già tutto dorato. Venne il Rugginoso, e sapeva già quel ch’era successo.
– Hai lasciato cadere un capello nella sorgente! – disse, – Voglio perdonarti anche stavolta, ma se ti capita ancora, la sorgente è profanata e tu non puoi più restare con me. –

Il terzo giorno il fanciullo era seduto accanto alla sorgente e non muoveva il dito, per quanto gli facesse male. Ma cominciò ad annoiarsi e prese a contemplare il suo volto nello specchio della fonte. E mentre si chinava sempre di più per guardarsi proprio negli occhi, i suoi lunghi capelli gli caddero dalle spalle nell’acqua. Si alzò in fretta, ma la sua chioma era tutta dorata e splendeva come un sole. Potete immaginare lo spavento del povero fanciullo!
Prese il fazzoletto e se lo legò intorno alla testa, perché l’uomo non se ne accorgesse. Ma l’uomo, quando arrivò, sapeva già tutto e disse:
– Slega il fazzoletto. –
Si sciolsero i capelli d’oro e, per quanto il fanciullo si scusasse, nulla gliene venne.
– Non hai superato la prova e non puoi più restare. Va’ per il mondo, proverai cosa sia la povertà. Ma, poiché non hai l’animo cattivo e io ti voglio bene, voglio accordarti una cosa: se ti trovi in difficoltà, va’ nel bosco e chiama: “Rugginoso!” e io verrò ad aiutarti. Grande è la mia potenza, più grande di quel che tu credi, e possiedo oro e argento in gran copia.

Il principe lasciò il bosco e andò per strade e per sentieri, finché giunse in una gran città. Cercò lavoro, ma non riuscì a trovarne, e neppure aveva imparato nulla di cui si potesse giovare. Alla fine andò al castello e domandò se volevano tenerlo. A corte non sapevano che farsene, ma il ragazzo piaceva e gli dissero di restare. Finì col prenderlo a servizio il cuoco, e gli disse di portar acqua e legna, e di spazzar la cenere.

Una volta, che non c’era lì pronto nessun altro, gli ordinò di portar le vivande alla mensa regale; ma siccome non voleva lasciar vedere i suoi capelli d’oro, il ragazzo tenne il cappello in testa. Una cosa simile il re non l’aveva mai vista, e disse:
– Quando vieni alla mensa regale devi toglierti il cappello. –
– Ah, Maestà! – disse il ragazzo – non posso, ho una brutta tigna. –
Allora il re mandò a chiamare il cuoco, lo sgridò e gli domandò come mai avesse preso a servizio un ragazzo di quel genere: doveva scacciarlo subito. Ma il cuoco ne ebbe pietà e lo barattò col garzone giardiniere.

Ora il ragazzo doveva piantare e annaffiare il giardino, vangare e zappare e non badar né a vento né a maltempo.
Un giorno, d’estate, mentre lavorava tutto solo, faceva così caldo che si tolse il cappellino per rinfrescarsi. Appena il sole li illuminò, i suoi capelli scintillanti e sfolgoranti raggiarono fin dentro la camera da letto della principessa; ed ella balzò in piedi, per veder che mai fosse. Scorse il ragazzo e gli gridò:
– Ragazzo, portami un mazzo di fiori! –
Egli si rimise il cappellino in fretta e furia, colse dei fiori di campo e ne fece un fascio. Mentre saliva le scale, incontrò il giardiniere, che disse:
– Come puoi portare alla principessa un mazzo di fiori così brutti? Su, corri a prenderne degli altri e scegli i più belli e i più rari. –
– Ah no! – rispose il ragazzo – quelli di campo son più profumati e le piaceranno di più. –
Quando entrò nella stanza, la principessa gli disse:
– Togliti il cappellino, non sta bene che tu lo tenga di fronte a me. –
Egli rispose di nuovo:
– Non posso, ho la tigna. –
Ma ella afferrò il cappellino e glielo tolse, e allora i capelli d’oro gli si sciolsero sulle spalle, che era una meraviglia vederli. Egli voleva scappare, ma la principessa lo prese per il braccio e gli diede una manciata di ducati. Egli se ne andò, ma all’oro non fece caso; lo portò al giardiniere e disse:
– Lo regalo ai tuoi bambini, per giocare. –

Il giorno dopo, la principessa lo chiamò di nuovo; dovette portarle un altro mazzo di fiori di campo, e quando egli entrò gli ghermì subito il cappellino e fece per toglierglielo, ma egli lo tenne stretto con le due mani. Ella gli diede un’altra manciata di ducati, ma il ragazzo non volle tenerli e li diede al giardiniere, come trastullo per i suoi bambini. E così andò il terzo giorno: la principessa non riuscì a togliergli il cappellino ed egli non volle il suo denaro.

Poco tempo dopo il paese venne invaso. Il re radunò il suo popolo e non sapeva se avrebbe potuto resistere al nemico, che era molto più forte e aveva un grande esercito. Allora il garzone giardiniere disse:
– Adesso sono grande e voglio andare in guerra anche io, purché mi diate un cavallo. –
Gli altri si misero a ridere e dissero:
– Cércatene uno quando saremo partiti: te lo lasceremo nella stalla. –

Quando se ne furono andati, egli entrò nella stalla e portò fuori il cavallo: era storpio da un piede e andava zoppi zoppetto.
Tuttavia egli montò in sella e cavalcò verso la buia foresta. E quando fu arrivato al margine del bosco, gridò tre volte: – Rugginoso! – così forte, che il suo grido echeggiò fra gli alberi. Subito comparve l’uomo selvatico e disse:
– Cosa vuoi? –
– Voglio un bel cavallo, perché devo andare in guerra. –
– Avrai quel che domandi e anche di più. –
L’uomo selvatico tornò nel bosco e non passò molto tempo che ne uscì uno stalliere, che menava un cavallo sbuffante e indocile. E lo seguiva una fitta schiera di soldati, con armature di ferro, e le spade lampeggiavano al sole.

Il giovane consegnò il cavallo zoppo allo stalliere, montò sull’altro e cavalcò alla testa delle truppe. Quando si avvicinò al campo di battaglia, eran caduti gran parte dei soldati del re, e i superstiti stavano per cedere. Allora il giovane accorse con la sua schiera di ferro, investì come un turbine il nemico, e infranse ogni resistenza.
I nemici tentarono di fuggire, ma egli li inseguì e non desistette, finché non ne restò più nessuno. Ma invece di tornare dal re, con un lungo giro condusse la sua schiera fino al bosco e chiamò il Rugginoso.
– Cosa vuoi? – domandò l’uomo selvatico.
– Riprenditi il tuo cavallo e la tua gente e ridammi il mio cavallo zoppo. –
Il suo desiderio fu soddisfatto ed egli tornò a casa sul cavallo zoppo.

Quando il re arrivò al castello, sua figlia gli andò incontro e si congratulò per la vittoria.
– Non io ho riportato la vittoria, – diss’egli – ma un cavaliere forestiero, che mi venne in aiuto con la sua schiera. –
La figlia domandò chi fosse quel cavaliere, ma il re non lo sapeva e disse:
– Ha inseguito i nemici e non l’ho più rivisto. –
Ella domandò al giardiniere notizie del garzone, ma quello si mise a ridere e disse:
– È appena arrivato a casa sul suo cavallo zoppo, e gli altri lo canzonavano e gridavano: “Ecco qui il nostro Zoppin Zoppetto!” e gli hanno chiesto “Dietro qual siepe ti sei messo a dormire?” ma lui ha detto: “Il meglio l’ho fatto io, e senza di me sarebbe andata male”. Allora lo canzonarono anche di più. –

Il re disse a sua figlia:
– Farò annunziare una gran festa, che deve durar tre giorni, e tu butterai una mela d’oro; forse il forestiero verrà. –

Quando fu annunciata la festa, il giovane andò nel bosco e chiamò il Rugginoso, che domandò:
– Cosa vuoi? –
– Prender la mela d’oro della principessa. –
– Fa’ conto di averla già presa! – disse il Rugginoso – E avrai anche un’armatura rossa e cavalcherai uno splendido sauro.–

Quando venne il giorno stabilito, il giovane arrivò al galoppo prese posto fra i cavalieri e non fu riconosciuto da nessuno. La principessa si fece avanti e buttò verso i cavalieri una mela d’oro: soltanto lui la prese e appena l’ebbe in mano corse via di gran carriera.

Il giorno dopo il Rugginoso gli aveva dato un’armatura bianca e un cavallo bianco. Anche stavolta fu lui a prendere la mela, ma poi, senza indugiare un attimo, corse via di gran carriera. Il re si arrabbiò e disse:
– Questo non è lecito: deve presentarsi a me e dire il suo nome.–
Diede ordine, se mai il cavaliere che prendeva la mela fosse di nuovo fuggito, d’inseguirlo e, se non tornava indietro di buon grado, di ferirlo con le spade.

Il terzo giorno il giovane ebbe dal Rugginoso un’armatura nera e un cavallo nero, e prese di nuovo la mela. Ma quando corse via al galoppo, gli uomini del re l’inseguirono, e uno gli si avvicinò e gli ferì la gamba con la punta della spada. Tuttavia egli riuscì a sfuggire, ma per i gran salti del cavallo l’elmo gli cadde di testa e quelli poterono vedere i suoi capelli d’oro. Tornarono indietro e riferirono tutto al re.

Il giorno dopo, la principessa domandò al giardiniere notizie del suo garzone.
– Lavora in giardino. Quel bel tipo è stato anche lui alla festa ed è tornato solo ieri sera; e ha mostrato ai miei bambini le tre mele d’oro che ha vinto. –

Il re lo mandò a chiamare, ed egli comparve, sempre col suo cappellino in testa. Ma la principessa gli si accostò e glielo tolse: allora i capelli d’oro gli ricaddero sulle spalle, ed era così bello che tutti strabiliarono.
– Sei tu il cavaliere che è venuto ogni giorno alla festa, sempre con un colore diverso, e ha preso le tre mele? – domandò il re.
– Sì, – egli rispose, – eccole! –
Le trasse di tasca e le porse al re.
– Se volete altre prove, potete vedere la ferita, che mi han fatto i vostri uomini mentre mi inseguivano. Ma io sono anche il cavaliere che vi ha aiutato a vincere il nemico. –
– Se tu puoi compiere simili imprese, non sei un garzone giardiniere. Dimmi, chi è tuo padre? –
– Mio padre è un gran re, e oro ne ho a bizzeffe, tutto l’oro che voglio. –
– Vedo che ti sono obbligato, – disse il re: – posso farti qualche piacere? –
– Certo che potete! – egli rispose: – datemi vostra figlia in sposa. –
La fanciulla si mise a ridere e disse:
– Non fa complimenti! ma l’avevo già visto dai suoi capelli d’oro che non è un garzone giardiniere. – e così dicendo gli si avvicinò e lo baciò.

Alle nozze vennero i suoi genitori e n’ebbero gran gioia, perché avevan già perduto ogni speranza di rivedere il loro caro figliolo. E mentre sedevano alla mensa nuziale, d’un tratto la musica tacque, le porte si aprirono, ed entrò un re superbamente vestito e con un gran seguito. S’accostò al giovane, l’abbracciò e disse:
– Sono il Rugginoso, mi avevano stregato e trasformato in uomo selvatico, ma tu mi hai liberato. Tutti i tesori che possiedo saranno tuoi.

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